La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che questo “qualcosa” ha un significato, a prescindere da come poi andrà a finire.
Václav Havel
C’è una lezione di rara lucidità nell’articolo che Nicola Pedde firma per
Aspenia
: l’Iran non è una semplice casella sullo scacchiere del Medio Oriente, né la caricatura teocratica che quarantacinque anni di regime ci hanno abituati a vedere nei notiziari. L’Iran è, prima di tutto, memoria.
Pedde compie un’operazione analitica impeccabile, dimostrando come l’esperimento politico avviato nel 1925 da Reza Shah Pahlavi – e proseguito poi dal figlio Mohammad Reza – non fosse un capriccio estetico o una bizzarra sfilata di costume. Il richiamo alle radici sassanidi e achemenidi, la sostituzione del nome Persia con Iran nel 1935, le celebri quanto sfarzose celebrazioni dei 2.500 anni dell’impero a Persepoli nel 1971 e persino l’adozione del simbolo zoroastriano del Faravahar non rappresentavano un’operazione di maquillage. Erano un progetto politico e culturale fondato sulla laicizzazione: la precisa volontà di affrancare la nazione dal dogma islamico-arabo, ancorandola a una tradizione millenaria pre-islamica moderna, orgogliosa e profondamente autonoma dal clero di Qom.
Da attento osservatore della storia, Pedde evidenzia l’inevitabile cortocircuito di quell’epoca: lo scontro tra quell’ingegneria identitaria imperiale e il clero sciita, esploso poi nella Rivoluzione del 1979. Ma è qui che l’analisi dell’autore incrocia la nostra visione: il tentativo teocratico di cancellare il passato pre-islamico è fallito miseramente.
Dopo quattro decenni di censura, iconoclastia e martirologio di regime, il blackout culturale imposto dagli ayatollah ha prodotto l’effetto opposto. Come sottolinea Pedde, le giovani generazioni iraniane – sia quelle che protestano nelle strade di Teheran e Shiraz, sia quelle nate nella diaspora – hanno rigettato l’inquadramento confessionale e sono tornate ad abbeverarsi a quella stessa «memoria imperiale e zoroastriana» che il regime voleva sradicare.
Per i giovani iraniani, definirsi «persiani» o richiamarsi a Ciro il Grande non è un’inutile nostalgia restauratrice, ma l’unico antidoto culturale disponibile contro il totalitarismo teocratico. È l’ennesima riprova che in Iran la laicità non è un’importazione coloniale dell’Occidente, ma il sottotesto naturale di una civiltà che esisteva millenni prima che l’Islam attraversasse i suoi confini.
Ciò che rende la recensione di questo saggio così stimolante per il nostro blog, è la sua capacità di smontare il purismo ideologico dei salotti europei. Mentre da noi gli intellettuali da tastiera arricciano il naso di fronte ai simboli del passato persiano o alle figure dell’opposizione bollandoli come «anacronismi», la società reale iraniana dimostra un pragmatismo feroce: usa ogni pietra, ogni simbolo achemenide e ogni eredità Pahlavi come piccone per far crollare il muro della dittatura.
La Repubblica Islamica ha creduto di poter riscrivere venticinque secoli di storia con quarantacinque anni di dogma. L’analisi di Pedde ci ricorda che i turbanti sono soltanto una parentesi – sanguinosa e tragica, ma pur sempre una parentesi – all’interno di un fiume identitario molto più profondo.
La memoria del Leone e del Sole non è morta a Persepoli nel 1979: è viva, sotterranea, e attende solo che cali il sipario sulla farsa teocratica per tornare a respirare.