«La storia è la memoria di un popolo, e senza una memoria, l’uomo è ridotto al rango di animale inferiore.»
Malcolm X, Discorso alla OAAU (1964)
Ora che l’«hype» è passato l’Odissea di Nolan non se la fila più nessuno, io riesco a scriverne cercando di fare una riflessione generale sul cinema storico. Perché c’è qualcosa di profondamente disonesto nel modo in cui l’industria dell’intrattenimento contemporanea sta affrontando il passato. La tendenza al cosiddetto blind-casting (o, nella sua declinazione più ideologica, l’approccio woke alla riscrittura etnica dei personaggi) viene spacciata per un atto di giustizia inclusiva. In realtà, si tratta di una pericolosa forma di cecità culturale.
Ipotizziamo un caso limite: se domani venisse annunciato un kolossal su Gengis Khan interpretato da un attore scandinavo biondo o da un afroamericano, la reazione «normale» dovrebbe essere il rifiuto. Non per intolleranza, ma per rigore logico e storico. L’impero mongolo si è strutturato su dinamiche nomadiche, tribali e geografiche che sono indissolubilmente legate all’identità etnica e culturale del suo popolo. Cancellare questo dato significa invalidare il contesto che ha generato quegli eventi.
Perciò il problema non è puramente estetico. La storia determina il nostro presente; le nostre istituzioni, i nostri conflitti e le nostre identità poggiano su ciò che è stato. Quando il cinema «storico» stravolge eventi e figure reali, compie un atto di riscrittura della memoria collettiva 1. Il grande pubblico non legge i saggi accademici: assorbe il grande schermo come verità documentale.
Certo, esiste una via d’uscita culturalmente onesta. Separare la Storia dal Mito, dall’Archetipo. Il mito è plastico, universale. Vogliamo una narrazione con un Ulisse cinese e un’Elena di Troia aborigena australiana? È un’operazione splendida, a patto di non ambientarla nell’antica Grecia del Peloponneso fingendo che sia filologia. Occorre spogliare l’opera originaria delle sue coordinate geografiche e mantenerne i topoi universali (il viaggio, la nostalgia, l’inganno). Si prenda l’Odissea e la si riscriva interamente all’interno della Cina feudale o in un contesto mitologico ancestrale australiano (come fece Kurosawa con il Re Lear nello splendido Ran). In questo modo, l’operazione cessa di essere un manifesto politico posticcio e diventa vera arte: una reinterpretazione universale che arricchisce il panorama culturale anziché impoverire la realtà storica.
L’impatto del cinema sulla memoria storica: Numerose ricerche di psicologia dei media dimostrano che le rappresentazioni cinematografiche distorte o anacronistiche tendono a sovrascriversi alla memoria storica fattuale nello spettatore medio, consolidando veri e propri falsi storici difficili da eradicare in seguito. (vedi: Butler, A. C., Zaromb, F. M., Lyle, K. B., & Roediger, H. L. (2009). «Using Popular Films to Enhance Classroom Learning: The Good, the Bad, and the Interesting». Psychological Science, 20(9), 1161-1168. Vedi anche: Marsh, E. J., Meade, M. L., & Roediger, H. L. (2003). «Learning facts from fiction». Journal of Memory and Language, 49(4), 519-536. ↩